Di questo libro e degli altri Alessandro Cocco

Recensione "Il ballo", Irène Némirovsky

25/04/2016 22:00  0 commenti  Alessandro

Un concentrato di egoismo, rabbia e vendetta, questo in poche parole è Il ballo, breve romanzo scritto di getto tra un capitolo e l’altro di David Golder e pubblicato poi nel 1930.

Le pagine sono poche e l’azione si svolge velocemente ma l’intensità delle emozioni che traspare è tale da lasciare davvero senza fiato!

La breve vicenda è ambientata a Parigi e vede protagonista una di quelle famiglie della nuova aristocrazia cittadina. Questi sono i Kampf: degli arricchiti dai modi tutt’altro che sofisticati che grazie a fortunate speculazioni in borsa hanno elevato, almeno sulla carta, il loro status sociale e che, da bravi parvenu, ostentano la loro ricchezza cercando di emulare usi e costumi di quelle famiglie di più antiche e nobili origini.

I Kampf non hanno amicizie altolocate e formalmente ancora non fanno parte dell’alta società e proprio per questo motivo stanno organizzando il grande ballo che dà il titolo a questa storia. Conti, marchesi, baroni, visconti… Oltre duecento invitati, tutte personalità di spicco dell’aristocrazia parigina a cui però i Kampf sono legati in modo molto flebile: probabilmente quasi nessuno di loro ha idea di chi siano questi fantomatici Kampf!

Il ballo è il loro prepotente tentativo di ingresso ufficiale nella società che conta e allo scopo i Kampf non badano a spese: lo champagne migliore, i cibi più raffinati, un’orchestra per la musica… A farne le spese è la figlioletta Antoniette, vessata e umiliata da una madre egoista e arrivista che vede nel ballo la tanto attesa grande occasione per iniziare una nuova vita, tra ricevimenti mondani e aitanti gigolò. Affetto? Non pervenuto.

Il personaggio della madre, modellato sulla madre della stessa Némirovsky, penso sia uno tra i più irritanti di cui abbia mai letto: Rosine (questo il suo nome) è la perfetta incarnazione dell’egoismo e dello spirito arrivista pronto a sacrificare qualsiasi pedina pur di raggiungere i propri scopi.

Antoniette d’altra parte mi ha davvero commosso. La scrittura della Némirovsky mi ha fatto provare un gran dispiacere per lei: ormai adolescente e senza più amici si trova catapultata in un ambiente completamente diverso da quello in cui è cresciuta, costretta a mentire sul proprio passato e sbeffeggiata pubblicamente dalla sua stessa madre. La vendetta però è dietro l’angolo, inaspettata, così innocente eppure così crudele. L’effetto è tragicomico e offre un ritratto spietato di quella borghesia rampante del tempo. La vera protagonista alla fine è l’ipocrisia.

Mi è piaciuto davvero moltissimo, così come avevo adorato David Golder. L’unico difetto secondo me è che è troppo breve: che soffra per l’essere nato proprio durante la scrittura di quest’ultimo, le cui tematiche sono parzialmente sovrapponibili?



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