Di questo libro e degli altri Alessandro Cocco

Recensione "Quando eravamo prede", Carlo D'Amicis

20/02/2016 12:20  0 commenti  Alessandro

In principio erano gli animali, e i cacciatori vivevano della loro morte. (INCIPIT)

Finalmente riesco a trovare il tempo per scrivere due righe su questo libro, una delle prime letture di questo 2016. Coi contemporanei troppo contemporanei (questo è dell’altr’anno) di solito ho un brutto rapporto ma Quando eravamo prede si è rivelato un romanzo piuttosto interessante!

L’ambientazione è il Cerchio, un immenso bosco al di qua della Linea che, giorno dopo giorno, sembra diventare sempre più piccolo e inabitabile. Il Cerchio è il regno dei cacciatori. Oltre la Linea invece non si sa bene che cosa ci sia: là vivono le scimmie e quel poco che si sa di loro proviene dai rifiuti portati dal fiume. La Linea è il confine tra due mondi, un limite idealmente invalicabile che nessuno si sognerebbe mai di attraversare.

Il Cerchio è un non-luogo: situato al di fuori dello spazio e del tempo e governato dalla natura e dalle sue leggi, in nome delle quali tutto può succedere, esso esiste per non esistere. Tuttavia non è quel paradiso idilliaco che ci si aspetterebbe da un bosco (quasi) incontaminato e da cacciatore a preda il passo è breve.

Non è chiarissimo che cosa siano i cacciatori, la loro descrizione è ambigua e cambia a seconda della situazione: vivono in case di legno, hanno i fucili e la birra ma allo stesso tempo hanno tratti e comportamenti che li rendono più simili agli animali di cui portano il nome (Toro, Alce, Cagna, Agnello, ecc.) che agli esseri umani.

I cacciatori avevano mani di fango e nomi da bestia. Le proprie generalità le avevano sepolte venendo al mondo, e da quel giorno si facevano chiamare come l’animale a cui, per indole o fisionomia, sentivano di assomigliare.

I toni sono biblici, mitici e ben si prestano ai temi e alle atmosfere del romanzo. La bestialità innata dell’essere umano è un argomento tutt’altro che nuovo ma Quando eravamo prede rimane comunque una lettura abbastanza originale e diversa dai grandi classici che lo hanno preceduto. I riferimenti a Il signore della mosche ovviamente non mancano e furono proprio le somiglianze con il capolavoro di Golding a convincermi a comprarlo. D’Amicis tuttavia prende una strada un po’ diversa, soprattutto nel finale.

La società dei cacciatori (se così la si può chiamare) è estremamente semplice: al comando c’è il maschio alfa (Toro), a seguire tutti gli altri. L’autorità però viene sempre più spesso messa in discussione e solo la promessa (la speranza?) di una nuova discendenza riesce in qualche modo a tenere unito il branco.

A sconvolgere le delicate dinamiche del branco ci pensa una Scimmia proveniente da oltre la Linea: porta il linguaggio, l’amore, l’etica e la religione, tutti aspetti che i cacciatori non conoscono e che faticano a comprendere. La Scimmia sembra essere una sorta di testa di ponte della società civile ma le motivazioni che la portano nel Cerchio sono a loro volta ambigue e poco chiare, o meglio, l’intero romanzo è ambiguo e poco chiaro, lasciando aperta la strada a varie interpretazioni (è un romanzo biblico alla fine, no?) L’ambiguità nel descrivere i personaggi inoltre ne accentua il carattere bestiale, metafora di quel lato animalesco che gli esseri umani si portano dentro da migliaia di anni.

“Si può sapere, tu, che animale sei?”
“Io non sono un animale”, protestò debolmente la Scimmia. Mio padre scoppiò a ridere. “È per questo, vero, che tieni tanto a Dio? Perché è molto più facile sentirti vicino a Lui che alla tua bestialità.”

L’improvvisa scomparsa di tutti gli (altri) animali del Cerchio (avvenuta contemporaneamente all’arrivo della Scimmia, coincidenza?) è l’inizio della fine: senza più cibo i cacciatori si abbandonano all’isteria, alla paura e al sospetto mentre mostruosi topi infernali mettono a soqquadro il Cerchio in ricerca di prede. Muri di filo spinato iniziano ad attraversare il Cerchio, eretti dai cacciatori che hanno appena scoperto il significato di proprietà privata, e questo non fa altro che accelerare la loro disfatta.

A tratti crudo e disturbante, è un romanzo strano (nulla sembra davvero quello che è) ma molto interessante. Se i romanzi carichi di angoscia non vi spaventano mi sento di consigliarvelo!



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