Di questo libro e degli altri Alessandro Cocco

Recensione "Nel paese dei ciechi", H.G. Wells

12/12/2015 12:20  0 commenti  Alessandro

Beati monoculi in terra caecorum

Opera tra le più note di H.G. Wells (anche se sinceramente non lo avevo mai sentito nominare fino a cinque minuti prima di comprarlo), Nel paese dei ciechi si è subito guadagnato un posto tra i miei racconti preferiti. Si legge in un paio d’ore ma per quanto riguarda i contenuti se ne potrebbe parlare per giorni!

Come in tutte le opere di Wells (quelle che ho letto, perlomeno) la storia è semplice e lineare ma ovviamente è solo un pretesto per dire qualcosa di più. L’incontro-scontro tra Nuñez (il protagonista del racconto) e gli abitanti del paese dei ciechi infatti ha molteplici significati allegorici.

Il paese dei ciechi è una sperduta vallata nelle Ande ecuadoriane. È un piccolo angolo di paradiso, fertile e ricco d’acqua ma la serenità degli abitanti è scossa da una malattia che colpisce i bambini e li rende ciechi. Sono tempi in cui magia e superstizione dominano sulla medicina e la cecità ovviamente non può far altro che dilagare. Qualcuno con coraggio parte alla ricerca di aiuto ma ecco la tragedia: una frana blocca l’unica via di accesso alla valle e il villaggio si ritrova completamente isolato dal mondo, abbandonato al suo destino.

Il morbo non risparmia nessuno e generazione dopo generazione l’intera popolazione diventa cieca. Altre generazioni ancora si succedono e il ricordo di un mondo oltre le montagne si affievolisce, come un eco lontano del tempo. E, alla fine, l’oblio.

Trecento anni sono ormai trascorsi da quel fatidico giorno e da allora nessun estraneo ha più visitato il paese dei ciechi, la cui stessa esistenza oramai è legata ai miti e alle leggende. L’onore della riscoperta spetta involontariamente a Nuñez, una giovane guida andina che, in seguito a un incidente, giunge miracolosamente incolume nella valle dimenticata.

Nuñez è la personificazione del civile imperialismo europeo, già aggredito da Wells ne La guerra dei mondi. Si tratta di un’entità vorace, sempre pronta a sopraffare e a sfruttare le barbare e incivili popolazioni native nel nome di una decantata superiorità morale oltre che tecnologica. Ma i concetti stessi di “superiorità” e “inferiorità” sono dinamici e non necessariamente rispondono ovunque agli standard europei: la popolazione della valle è sì cieca ma ha imparato a compensare questo difetto in modo stupefacente.

Stavano all’erta, con la testa inclinata di lato, e tendevano l’orecchio verso di lui per cogliere la sua prossima mossa.
«Posa quella vanga» disse uno, ed egli provò una sorta di orrore impotente. Fu quasi per obbedire.

Colpisce l’ostinazione e l’arroganza con cui Nuñez tenta di èrgersi al di sopra degli abitanti della vallata, forte della sua capacità di vedere. “Nel paese dei ciechi il monocolo è Re” è il suo mantra e diventa una vera ossessione ma dal momento che l’intera popolazione è cieca da generazioni il concetto stesso di “vedere” perde completamente di significato: nessuno è in grado di capire le sue parole.

«Non capite!» esclamò con una voce che voleva essere forte e risoluta, e si spezzò. «Voi siete ciechi, e io ci vedo!»

Un altro tema è quello della pericolosità del conformismo sociale e del pensiero unico. Come una malattia subdolamente si insinua nella mente del singolo e lo condiziona allo scopo di impedirgli di allontanarsi dal pensiero della collettività. La libera circolazione delle idee (così come il rispetto di quelle altrui) è alla base di una società sana e quella del paese dei ciechi è tutto fuorché questo. Nuñez è in grado di dimostrare di avere qualcosa in più rispetto agli altri ma nonostante gli sforzi viene deriso, umiliato e, infine, costretto all’abiura. Nessuno qui è vincitore.

L’atmosfera è qualcosa di fantastico: in poche pagine Wells dà vita a un intero micromondo che colpisce per la semplicità e la coerenza con cui è descritto. Il paese dei ciechi ha una sua organizzazione e una struttura sociale sviluppata allo scopo di sfruttare al meglio le caratteristiche della popolazione e questo va tutto a vantaggio del lettore che si trova completamente immerso in una situazione per lui anomala ma non per questo meno affascinante. A tratti si può considerare un racconto horror: il cacciatore che diventa preda, l’ansia della fuga, la resa… Da brividi.

Bello, mi è piaciuto davvero molto. Non lo conoscevo ed è stata una bellissima scoperta che ha riacceso in me la voglia di approfondire questo fantastico e visionario autore inglese!



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