Di questo libro e degli altri Alessandro Cocco

Recensione "Le isole del tesoro. Viaggio nei paradisi fiscali dove è nascosto il tesoro della globalizzazione", Nicholas Shaxson

19/08/2015 10:30  0 commenti  Alessandro

Nicholas Shaxson è un giornalista e scrittore inglese e collabora attivamente con la Tax Justice Network, un gruppo di pressione con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo gli effetti nocivi dell’evasione fiscale, dei paradisi fiscali e della competizione fiscale tra gli stati. Non sono argomenti che mi appassionano particolarmente ma questo saggio è riuscito ad attirare la mia attenzione, a incuriosirmi e (soprattutto) a disgustarmi.

Il disgusto non è per l’opera in sé, ben scritta e ben documentata, quanto più per i contenuti. Shaxson descrive minuziosamente i meccanismi della finanza internazionale e di come le multinazionali, grazie alla natura stessa di multinazionale, ai paradisi fiscali e a una regolamentazione non sempre all’altezza e costantemente aggredita da eserciti di “specialisti”, riescano a fare profitti mostruosi azzerando quasi completamente l’esborso fiscale.

Per esempio, con magheggi ai limiti della legalità al giorno d’oggi una multinazionale riesce a spostare i profitti in uno stato dove la tassazione è ridicola (o comunque molto bassa rispetto al proprio paese) e allo stesso tempo spostare i costi in quegli stati a tassazione più elevata, così da usufruire di eventuali agevolazioni statali. In questo modo chi ci guadagna è solo la multinazionale mentre il danno alla collettività è doppio: non aumenta la ricchezza del paese in cui effettivamente è stato effettuato il profitto e diminuisce quella dei paesi in cui i costi vengono scaricati. Il risultato è un’enorme deflusso di ricchezza dai paesi più deboli (dal punto di vista fiscale) verso quei paesi più agguerriti che non fa altro che aumentare il divario tra paesi ricchi (sempre più ricchi) e paesi poveri (sempre più poveri).

Questo deflusso di ricchezza secondo Shaxson è una delle principali cause della povertà dilagante di molti paesi del Terzo mondo dove, a causa della corruzione e di leggi non efficaci (o non fatte rispettare), per ogni dollaro che entra (come aiuto umanitario per esempio) ne escono dieci (petrolio, materie prime, ecc.) In pratica si tratta di una nuova forma di colonialismo, più subdola e meno evidente all’opinione pubblica (non a caso il prologo del libro si intitola Come il colonialismo è uscito dalla porta ed è rientrato dalla finestra).

Tutto questo però non sarebbe possibile senza un posto in cui depositare i capitali ottenuti in questo modo ed è qui che entrano in gioco le banche offshore. Queste banche fanno della discrezione e della totale segretezza il loro punto forte (in questi paesi -Svizzera, Cayman, Bahamas, Jersey, ecc.- la violazione del segreto bancario è reato grave) e in questo modo riescono ad attirare enormi capitali da “facoltosi” personaggi di tutto il mondo. Industriali, politici, criminali e dittatori: per le banche non è importante la provenienza del denaro (la legge in materia viene aggirata con una semplice “autocertificazione di provenienza non illecita”), quello che conta è essere scelte per il deposito di questi capitali vaganti. Per esempio, citando un memo interno di Riggs Bank, scovato nel 2004 dalla commissione permanente per le indagini degli Stati Uniti:

“Il cliente è una società d’investimento privata con sede alle Bahamas […] utilizzata come veicolo per soddisfare le esigenze di investimento dell’effettivo proprietario, un professionista in pensione che ha avuto grande successo nella sua carriera e ha accumulato metodicamente un patrimonio in vista della vecchiaia.” Il “professionista in pensione” era l’ex dittatore e capo della tortura cilena Augusto Pinochet.

Non ci vuole una laurea in economia per rendersi conto di avere a che fare con un sistema degenerato e corrotto, un mostro nato in laboratorio e poi sfuggito al controllo dei suoi stessi creatori (lo stesso economista Keynes disse, riferendosi al sistema offshore: Siamo […] affondati in un enorme pantano, per aver commesso un errore nel controllo di una macchina delicata di cui non comprendiamo il funzionamento.). La cosa peggiore è che nell’indifferenza di tutti è entrato nella normalità.

Dopo aver colonizzato i sistemi economici e politici dei grandi stati nazionali in cui vive la maggior parte della popolazione mondiale, la finanza offshore ha finito anche per infestare il nostro modo di pensare. […] Quando il musicista irlandese Bono, per anni uno dei più illustri militanti contro la povertà nel mondo, trasferisce i suoi affari finanziari in un centro offshore come i Paesi Bassi per sottrarsi al fisco, e nonostante questo viene accolto calorosamente nella società, la battaglia sembra ormai persa.

È triste, ma è così purtroppo. Personalmente ho un Kindle (di Amazon, che paga le tasse in Lussemburgo, un paradiso fiscale) e di tanto in tanto compro qualche ebook. Smetterò di comprare su Amazon? Non lo so, probabilmente no. Seguendo questa logica bisognerebbe smettere di bere Coca Cola (cito il primo nome che mi viene in mente, il discorso vale per quasi tutto quello che troviamo nei supermercati), non comprare più smartphone, tablet e pc (sono prodotti da multinazionali che sfruttano manodopera a basso costo in Cina, India e Africa) e avanti all’infinito. In pratica bisognerebbe rinunciare all’attuale stile di vita. In quanti lo farebbero? Fino in fondo però, per essere coerenti.

Non sono un esperto di economia e finanza ma nonostante questo ho trovato il libro particolarmente scorrevole. Shaxson per le sue spiegazioni usa un linguaggio semplice e adatto anche agli ignoranti della materia (come lo sono io) e non si fa problemi nel ripetere più volte gli stessi concetti, per rimarcarne l’importanza. È stata una lettura sicuramente interessante e per nulla pesante (l’ho letto quasi tutto sotto l’ombrellone). È un libro che fa incazzare però, e tanto anche.



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