Di questo libro e degli altri Alessandro Cocco

Recensione "Noi", Evgenij Zamjatin

18/05/2015 23:20  0 commenti  Alessandro

1984 di George Orwell e Il mondo nuovo di Aldous Huxley sono due dei miei libri preferiti e non penso di esagerare quando dico che si tratta di due capolavori imprescindibili della letteratura del novecento, decisamente avveniristici per il periodo in cui sono stati scritti e inquietantemente attuali per i giorni nostri.

Su questi libri si è scritto e detto tantissimo ma stranamente la stessa fama non è toccata a un altro romanzo, Noi, del russo Evgenij Zamjatin, a cui sia Orwell e Huxley si sono pesantemente ispirati per le loro distopie. Avendo letto tutti e tre i libri in questione non sono riuscito a trovare una singola pagina di Noi in cui non ci siano elementi e concetti successivamente ripresi dai due scrittori inglesi.

In Noi il mondo è sotto il controllo dello Stato Unico, guidato dal Benefattore e organizzato su basi matematiche con l’unico fine del raggiungimento della perfezione (concetto questo che torna spesso nel romanzo).

Gli edifici sono completamente trasparenti, così da permettere ai Guardiani una sorveglianza totale e costante sui cittadini. L’unico momento di privacy è l’ora del sesso, durante la quale è permesso abbassare le tendine. I rapporti stessi però sono regolati da un sistema a ticket, senza i quali ogni contatto sessuale è vietato. I concetti di matrimonio, figli e famiglia sono solo echi da un oscuro passato: tutti i cittadini fanno parte di un’unica grande collettività. Non esiste un io, esiste solo un noi i cui componenti si muovono all’unisono, come parti di un’enorme catena di montaggio (questa è la perfezione da raggiungere). Spariscono pure i nomi: un numero (pari per le donne, dispari per gli uomini) è sufficiente per identificare chiunque. Come se non bastasse il passato è stato sistematicamente distrutto, riscritto e, soprattutto, demonizzato.

Angosciante, non è vero? Non per i cittadini dello Stato Unico, lieti di quello che il Benefattore fa per loro e abituati a pensare al passato come a un periodo oscuro e selvaggio in cui le persone erano (orrore!) libere, associando quindi la felicità al solo fatto di essere parte dello Stato Unico, organizzato e fortemente autoritario.

Noi non abbiamo nulla da nascondere e nulla di cui vergognarci: festeggiamo le elezioni apertamente, onestamente, alla luce del giorno. Vedo che tutti votano per il Benefattore e tutti vedono che anche io voto per il benefattore - e come potrebbe, del resto, essere diversamente, dal momento che “tutti” ed “io” siamo un unico “Noi”?

Per quanto riguarda lo stile, Noi non è un vero e proprio romanzo ma un insieme di note scritte in prima persona da quello che ci appare come un cittadino modello, D-503. Egli infatti non è un numero qualsiasi: è il costruttore dell’Integrale, un’astronave ormai pronta a portare la perfezione dello Stato Unico in tutto l’universo. Un cittadino modello dicevo, finché una giovane donna, I-330, non farà vacillare le sue certezze.

La scrittura è in generale molto asciutta e diretta, priva di fantasiosi giri di parole o di particolari metafore e questo ben si amalgama al modo di pensare all’interno dello Stato Unico, fatto di teoremi e funzioni matematiche. Illuminante la nota in cui D-503 parla della sua paura infantile, √-1, a dimostrazione di quanto il pensiero dello Stato Unico ha attecchito in lui.

[…] ricordo che piansi, presi a pugni il banco e urlai “Non voglio la radice √-1! Toglietemi √-1!” Questa radice irrazionale crebbe in me come qualcosa di estrinseco, estraneo, terribile; mi rodeva e non c’era modo di liberarsene, di renderla innocua, perché era fuori della ratio.

Terminata la lettura è impossibile non riconsiderare 1984 e Il mondo nuovo alla luce dell’opera di Zamjatin, soprattutto se si pensa all’anno in cui Noi è stato scritto, il 1921. A tratti forse è un po’ acerbo (più per lo stile che per il contenuto) ma si tratta senza ombra di dubbio di una pietra miliare della letteratura del novecento. Un libro da leggere e, soprattutto, comprendere.

“Mio caro: tu sei un matematico. E in più sei un filosofo matematico: dimmi l’ultimo numero.”
“Cioè? Io… io non capisco: quale ultimo numero?”
“L’ultimo, l’estremo, il massimo.”
“Ma, I, questo è assurdo. Dal momento che il numero dei numeri è infinito, che ultimo numero vuoi che ti dica?”
“E tu quale ultima rivoluzione vuoi? Non ci sarà mai un’ultima rivoluzione, le rivoluzioni sono senza fine. L’ultima, cioè, è per i bambini: l’infinito spaventa i bambini ed è necessario che i bambini dormano tranquilli la notte…”

Personalmente l’ho apprezzato moltissimo e non posso che consigliarlo, Zamjatin si conferma una fantastica scoperta!



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