Di questo libro e degli altri Alessandro Cocco

Recensione "Il giovane Holden", J.D. Salinger

29/03/2015 11:30  0 commenti  Alessandro

Ho finito di leggere Il giovane Holden da qualche giorno e sto facendo fatica a farmi un’idea precisa su questo libro. Per dire, non so ancora se mi sia piaciuto o meno. O meglio, la lettura è stata senz’altro piacevole ma arrivato alla fine mi ha lasciato un po’ così…

Ne avevo sentito parlare gran bene praticamente da chiunque e così alla prima occasione, incuriosito, me lo sono procurato. Com’è logico immaginare le mie aspettative sul romanzo erano molto alte e la paura di non esserne all’altezza è stata una presenza costante anche durante la lettura.

Il protagonista di questo romanzo di formazione è Holden Caulfield, sedicenne americano di buona famiglia appena cacciato dall’ennesima scuola a causa del suo disastroso rendimento. Dopo una scazzottata con il suo compagno di stanza lascia in anticipo il dormitorio e si rifugia in un albergo a New York, in modo da non dover tornare a casa prima del previsto (evitando così le ire della famiglia).

«Sa le anatre che stanno in quello stagno vicino a Central Park South? Mi saprebbe dire per caso dove vanno le anatre quando il lago gela?»

Holden è il classico adolescente confuso che non sa cosa fare della sua vita e che cerca di colmare le sue insicurezze cercando di mostrarsi “grande”, per esempio facendosi servire alcolici nonostante la minore età, fumando, girando per locali notturni, ecc. Nella sua fragilità ha uno spiccato senso critico grazie al quale vede il mondo in modo diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei e per questo fatica a farsi capire, cercando risposte che nessuno è in grado di dargli (per esempio la ricorrente domanda sulle anatre di Central Park, significativa nella sua banalità). Unico appiglio è la sorellina Phoebe, dieci anni, con cui si confida ammirandone la saggezza infantile.

Mentre ragionavo per scrivere queste poche righe penso di aver capito perché il libro mi ha lasciato più deluso che soddisfatto: non sono (più) il lettore giusto. Sono convinto che se lo avessi letto dodici-quindici anni fa (cavolo se mi fa sentire vecchio… mi ci immagino al posto di Carl Luce a dire “Il solito Caulfield, quand’è che cresci?”) lo avrei apprezzato sicuramente molto più di quanto abbia fatto ora. Resta comunque una lettura piacevole e scorrevole.



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