Di questo libro e degli altri Alessandro Cocco

Recensione "Invito a una decapitazione", Vladimir Nabokov

08/03/2015 22:00  0 commenti  Alessandro

Il libro racconta gli ultimi giorni di Cincinnatus C., condannato a morte per un crimine atroce: essere opaco in una società di trasparenti. Opaco nel senso che le persone che lo circondano non riescono a coglierne pensieri ed emozioni, creando in loro un certo senso di disagio. L’opacità della propria anima si trasforma quindi in una colpa terribile, da estirpare a tutti i costi. Ed è per questo che Cincinnatus dovrà essere decapitato: non per quello che fa, ma per quello che è.

In conformità alla legge, la condanna a morte venne annunciata a Cincinnatus C. con un sussurro. Tutti si alzarono in pieni, scambiandosi sorrisi. Il giudice dai capelli bianchi accostò la bocca al suo orecchio, ansimò per un attimo, comunicò il responso e si allontanò a passo lento, quasi stesse scollandosi. Cincinnatus venne riportato immediatamente alla fortezza. (INCIPIT)

Il mondo tratteggiato da Nabokov ci appare subito angosciante e assurdo nelle sue regole e tradizioni, a tratti sadico. Cincinnatus infatti vive con la certezza della sua condanna senza tuttavia sapere quando questa verrà eseguita e ogni suo tentativo di conoscere la data dell’esecuzione è zittito con arroganza (non è un bravo prigioniero lei!) Persino i giornali che gli vengono passati sono accuratamente ripuliti dalle notizie che lo riguardano.

Assurda è la prigione (la fortezza) e assurdi sono gli altri personaggi: il direttore della prigione che la gestisce come un albergo, il carceriere che considera la prigionia di Cincinnatus una tranquilla vacanza e il misterioso vicino di cella, più fastidoso di una zanzara una notte d’estate. Tutti, sua moglie Martha compresa, si prendono sadicamente gioco di lui.

L’atmosfera che si respira (e che permane anche dopo la lettura) mi ha ricordato moltissimo le kafkiane vicende di K., anche lui vittima di un meccanismo assurdo e senza senso da cui è impossibile uscire. Non mancano però tratti ironici che personalmente mi hanno ricordato Le anime morte di Nikolai Gogol (in particolare la partita a scacchi tra Cincinnatus e il vicino di cella, simile nello svolgimento alla partita a dama tra Pavel e un signorotto di cui ora non ricordo il nome).

Passando allo stile, ho trovato questo libro un po’ complicato da seguire. Nabokov usa spesso costruire complesse immagini onirico/fantastiche che tendono a spiazzare e confondere il lettore. Più volte ho alzato gli occhi dal libro pensando ma cosa cavolo ho appena letto? e tornavo a rileggere alcune parti, a volte anche interi capitoli. In pratica questo libro è come se l’avessi letto due volte! Quello che confonde a mio parere è lo stacco nullo tra la normale narrazione e questi momenti onirici, al punto che realtà e sogno spesso si fondono rendendo difficile distinguerli. Non è sicuramente un libro semplice e leggibile in qualsiasi momento ma se gli si dedica il giusto impegno questo è un libro che riserva molte soddisfazioni!



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