Di questo libro e degli altri Alessandro Cocco

Recensione "I Buddenbrook", Thomas Mann

22/03/2015 23:00  0 commenti  Alessandro

Avevo questo libro nella mia libreria già da un paio di mesi ma prima di iniziarlo ho voluto aspettare la partenza di un gruppo di lettura su Goodreads, così da leggerlo in compagnia. Purtroppo mi sono lasciato prendere la mano e ho leggermente bruciato le tappe!

Per essere un mattone di oltre settecento pagine ha un grande pregio: non è per nulla pesante (per dire, ho fatto molta più fatica con Nabokov che, fermandosi alla mera quantità di pagine, ne ha meno di un terzo).

Attraverso quattro generazioni (dal 1835 al 1877) il romanzo racconta l’ascesa e la caduta dei Buddenbrook, una famiglia dell’alta borghesia mercantile di Lubecca. Un nome portato con orgoglio e superiorità che deve la sua importanza alla rispettabile (e rispettata) ditta di famiglia, fondata nel lontano 1768

La ditta, a cui è legato il destino della famiglia, è quasi un’ossessione per i Buddenbrook e viene prima di qualsiasi altra cosa, persino dei sentimenti. I Buddenbrook sono la ditta e la ditta è i Buddenbrook. Sarà proprio questa ossessione, unita al bisogno quasi morboso di mantenere alto il loro nome a portare i Buddenbrook al decadimento sociale e morale, fino allo sfacelo completo. Il canto del cigno di una classe sociale ormai al tramonto.

La prima impressione è che si tratti di un romanzo superficiale e infatti inizialmente (prime trenta/quaranta pagine) non ne sono rimasto particolarmente colpito. Un po’ dispiaciuto l’ho messo da parte per qualche giorno, giusto il tempo di preparare un paio di recensioni e di organizzarmi per una rubrica che farò partire prossimamente (:D). Riprendendo la lettura però mi sono reso conto di quanto mi stessi sbagliando e ho iniziato a macinare cinquanta/cento pagine al giorno quasi senza accorgermene (se non fosse per gli orari fatti in ufficio probabilmente lo avrei terminato in tre giorni!)

Mann è abilissimo a far trasparire la psicologia dei personaggi dalle loro azioni senza doverne fare una vera analisi psicologica ed è il motivo per cui inizialmente, in mancanza di abbastanza dati, può sembrare un romanzetto un po’ insulso. Pagina dopo pagina invece ciascun personaggio diventa sempre più definito al punto da farci entrare in empatia; personalmente mi è dispiaciuto molto per l’assurda morte di Tom, così come delle sfortune della sorella Tony ma soprattutto mi è dispiaciuto per Hanno (bellissimo, nella sua amarezza, l’ultimo capitolo a lui dedicato).

Per concludere ho trovato I Buddenbrook un gran bel romanzo, un “finto superficiale” che dietro questa patina di leggerezza nasconde un meraviglioso spaccato della società europea del diciannovesimo secolo. Per questo motivo lo consiglio soprattutto a chi ha un po’ di confidenza con il contesto storico in cui il libro si inserisce, così da coglierne tutte le sfumature.



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