Di questo libro e degli altri Alessandro Cocco

Recensione "I viaggi di Gulliver", Jonathan Swift

06/12/2014 13:00  0 commenti  Alessandro

Considerato spesso (erroneamente) un libro per bambini, I viaggi di Gulliver in realtà è molto di più.

Il libro riprende, parodiando, i romanzi di viaggi avventurosi che andavano di moda in quel periodo ma si tratta solo di un pretesto per intavolare una feroce critica alla società del tempo (il libro fu pubblicato nel 1726, inizialmente anonimo).

Lilliput per esempio è un’allegoria dell’Inghilterra e della sua corte (con intrighi, complotti e corruzione annessi). È in lotta con Blefuscu (la Francia) per le divergenti opinioni su quale sia il modo più corretto di rompere un uovo, se dalla parte più grossa o da quella più piccola (anglicani e cattolici).

Il romanzo è diviso in quattro parti, in ciascuna delle quali Gulliver raggiunge in modo più o meno rocambolesco una serie di isole molto particolari.

Il primo viaggio lo porta a Lilliput, piccola isola popolata da piccoli esseri alti quindici centimetri appena. Qui Gulliver viene prima considerato una minaccia e successivamente usato come arma contro la rivale isola di Blefuscu finché, al suo rifiuto di schiavizzare completamente i Blefuschiani è costretto a fuggire.

Il secondo viaggio lo porta invece a Brobdingnag, patria di giganti alti venti metri. Qui viene fatto esibire come fenomeno da baraccone nelle locande e alla corte dell’imperatore finché la casa-gabbietta in cui vive non viene carpita da un grosso uccello che successivamente la lascia cadere in mare, dove verrà ritrovata da una nave di passaggio.

Il terzo viaggio lo conduce sull’isola volante di Laputa (parte del regno di Balnibarbi), terra della musica e della matematica. I suoi abitanti sono perennemente immersi in pensieri profondi (tant’è che hanno dei servi che di tanto in tanto li schiaffeggiano, per riportarli alla realtà) ma sono completamente privi di senso pratico. La visita all’università della capitale, Lagado, è una carrellata di idee strampalate, di esperimenti bizzari e di ogni genere di assurdità. Si tratta di una satira sulla Royal Society e sulla scienza fine a sé stessa, senza risvolti pratici.

Il quarto e ultimo viaggio porta Gulliver nel mondo dei cavalli razionali, gli Houyhnhnm. La loro società è fondata su una forte morale, non sanno cosa sia malattia, tristezza o dispiacere, non temono la morte, non conoscono la menzogna e non concepiscono la violenza.

Oltre agli Houyhnhnm però sull’isola vive un’altra specie, quella degli yahoo (o yahù, nella traduzione che ho letto): selvaggi, brutali e violenti, tremendamente simili nell’aspetto agli esseri umani.

Gulliver stesso è considerato dagli Houyhnhnm uno yahoo ma rifiuta categoricamente quest’idea. Man mano però che impara a conoscere gli Houyhnhnm e la loro società si rende conto di quanto gli esseri umani siano effettivamente degli yahoo, provando disgusto per sé stesso e l’intera razza umana. Esiliato dall’isola torna quindi in Inghilterra, nauseato ora all’idea di dover vivere in città brulicanti di yahoo.

Con I viaggi di Gulliver Swift da sfogo a tutta la sua misantropia e quel che ci resta alla fine della lettura è una visione estremamente negativa non solo della società ma dell’intera umanità. Swift descriveva l’Inghilterra (e, in generale, l’Europa) del diciottesimo secolo ma molte delle sue critiche sono valide ancora oggi.



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