Di questo libro e degli altri Alessandro Cocco

Recensione "Cecità", José Saramago

21/12/2014 11:00  0 commenti  Alessandro

Capolavoro! Non ci sono altre parole per definire questo libro e non a caso Cecità è in assoluto uno dei miei libri preferiti.

Periodi lunghissimi, nessuna separazione tra dialoghi e descrizioni, uso creativo di punteggiatura e maiuscole: il primo impatto con Saramago è traumatico.

Si fece silenzio, e lui disse, Sono cieco, non ti vedo. La moglie lo rimproverò, Piantala con gli scherzi stupidi, su certe cose non ci si scherza, Magari fosse uno scherzo, la verità è che sono cieco sul serio, non vedo niente, Per favore, non mi spaventare, guardami, qui, sono qui, la luce è accesa, Lo so che ci sei, ti sento, ti tocco, immagino che tu abbia acceso la luce, ma io sono cieco.

Si tratta solo di abituarsi un attimo, dopo lo spiazzamento iniziale infatti le pagine scorrono veloci e ben presto dalla fase trauma si passa alla fase adorazione fanatica. Davvero, dopo aver letto Saramago sarà difficile tornare ai libri “normali”!

Un giorno, in un una città senza nome, in un tempo non precisato, un automobilista fermo al semaforo diventa improvvisamente cieco. Da questo momento i casi di cecità improvvisa si moltiplicano e il governo, di fronte a quella che sembra una vera e propria epidemia, ordina la quarantena. Non c’è una spiegazione del perché o del come succede: succede e basta (espediente questo usato spesso da Saramago). I contagiati vengono quindi relegati in un ex manicomio mentre intorno all’edificio viene schierato l’esercito.

All’interno del manicomio-lager i ciechi sono abbandonati a sé stessi. Il cibo stesso a esempio viene lasciato in mezzo al cortile, costrigendo i ciechi ad andarlo goffamente a recuperare mentre i soldati, spaventati dalla possibilità di contagio, li tengono sotto tiro con i loro fucili. La descrizione della vita di tutti i giorni è angosciante tra condizioni igieniche pietose, scarsità di cibo e il numero sempre maggiore di “contagiati” ammassati nell’edificio. Proprio tra i nuovi arrivati emergerà un gruppo di ciechi malvagi che con la forza prenderà il controllo del cibo, venduto poi a caro prezzo agli altri ciechi (il capitolo in questione è un pugno nello stomaco, siete avvisati).

L’intento di Saramago è descrivere una società nella quale indifferenza e istinto per la sopravvivenza regnano sovrani. La solidarietà tra i ciechi viene presto a mancare fino a soccombere complementamente davanti alla legge del più forte: senza più alcuna dignità l’uomo degrada allo stato di bestia.

Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono.

Non sono dati riferimenti temporali o spaziali, la città senza nome potrebbe essere (è?) una città qualunque. Anche i personaggi stessi non hanno un nome e Saramago ce li presenta semplicemente come il medico, la moglie del medico, il ladro di automobili, il vecchio con la benda nera, il primo cieco, la moglie del primo cieco e via dicendo. Tutto è così impersonale: ognuno di noi potrebbe essere uno di quei ciechi.

Saramago non lascia nulla all’immaginazione e alcuni passaggi sono un po’ forti e disturbanti; lo stesso stile di scrittura contribuisce a creare un incredibile senso d’ansia e urgenza.

Leggetelo. Davvero, è un libro stupendo.



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